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Juliu, il ballerino fermato dal tendine: così curo e ridò forza a chi si fa male

By 7 gennaio 2018 No Comments

Juliu, il ballerino fermato dal tendine: così curo e ridò forza a chi si fa male

Una favola moderna, la sua. Dalle luci della ribalta al buio della rottura del tendine d’Achille, lo spettro temuto da ogni ballerino. Ma non si arrende Juliu Horvath. Non c’è tempo per la disperazione. Non è nel suo carattere. Questo ungherese dalla natura selvaggia e ribelle si trasferisce a St Thomas, nelle Isole Vergini, determinato a sconfiggere «il dolore e il limite di un’identità cambiata per sempre. Per molto tempo ho solo respirato, in silenzio», racconta. «Non riuscivo ad accettarmi. Ero abituato male. Tutto mi era riuscito facile, almeno con il fisico». Lo ascolta Horvath questo suo nuovo corpo, diverso da prima e costruisce per lui «una macchina per allenare strumenti in disuso, rotti, abbattuti, come me». E vince.

Lo strumento

Il resto è storia. Quell’attrezzo avrebbe cambiato la vita dei danzatori, ma anche delle persone colpite da varie disabilità motorie: è il Gyrotonic, accessibile a tutte le età e per tutti gli stati di salute, strumento usato in centri di riabilitazione e accademie di danza, per l’allenamento sportivo e nel fitness in tutto il mondo. Il 20 dicembre, il Lincoln Center di New York renderà omaggio al sogno di Horvat: mettere in scena «Bolero, a Journey celebrating creativity» con la White Cloud Opera, compagnia nata all’interno dell’omonimo studio newyorkese, primo centro mondiale di Gyrotonic «esempio unico», dice Horvath «di convivenza tra danzatori e trainer-artisti, con una visione di movimento figlia del mio metodo». Con «Bolero» — protagonisti l’ètoile Elisabetta Carnevale e il master trainer Jackson Kellogg, con una compagnia italiana diretta da Pietro Gagliardi — si darà il via alle celebrazioni per il 30° anniversario del percorso artistico di Horvath: «Questa prima mi emoziona più del debutto».

In Romania

Nulla è stato mai facile per Juliu, classe ‘42, madre casalinga e padre sarto, studi nella vicina Romania. «A 20 anni ero primo ballerino solista della Romanian National Ballet Company. Ero dotato, eccellevo in sport come l’atletica, il canottaggio e il nuoto. Sognavo di andare via». E lo fa. «Mi trovavo in tournée in Italia nel 1970 e non sono rientrato a casa. Mi aveva convocato l’esercito. Non volevo fare quella vita. Ho passato sei mesi in un campo per rifugiati, prima di ricevere asilo politico negli States. Il mio american dream si stava avverando».

Gli inizi

Gli inizi sono durissimi, e per sbarcare il lunario Horvath fa anche l’imbianchino, tra un’audizione e l’altra. «Ma non sentivo la fatica. Ero libero, finalmente. Arrivarono le scritture per produzioni della New York City Opera, le collaborazioni con stelle come Margot Fonteyn, Jacques d’Amboise e Melissa Heyden. Ero al settimo cielo quando fui assunto all’Houston Ballet come primo ballerino». Poi l’infortunio. Juliu decide di ritirarsi per trovare «una via d’uscita dal tunnel». È il 1977. «Ricominciai ad ascoltarmi, meditare, creare un nuovo tipo di yoga per danzatori che oggi è l’asse portante del mio metodo, che condivido da vent’anni con il mio amico Gagliardi. Entrambi abbiamo avuto un incidente che ci ha paralizzati e costretti a cambiare vita». Entrambi hanno sposato due primedonne. «Io una campionessa di pallanuoto, lui la prima ballerina del Teatro dell’Opera, Elisabetta Carnevale. Per lei ho creato questa coreografia, in cui la natura è regolata dai cicli, come l’esistenza di tutti noi».

Silvia Frosali

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